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IL CIELO NON E' UN FONDALE

Tagliarini/Deflorian

IL CIELO NON E' UN FONDALE

Tagliarini/Deflorian

01 September 2017 | 21.00
Teatro Remondini,
Bassano del Grappa
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Prezzo: €5.00


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Forti del successo internazionale di “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni”, presentato a B.motion nel 2014, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini tornano al festival con un nuovo lavoro. “Il cielo non è un fondale” indaga il fenomeno dell’urbanizzazione dei paesaggi e dei modi di vivere. Senza alcun artificio i due artisti aprono un dialogo tra la finzione e la realtà, la figura e lo sfondo, l’interno e l’esterno.
Uno spettacolo di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini Con Francesco Alberici, Daria Deflorian, Monica Demuru e Antonio Tagliarini Collaborazione al progetto Francesco Alberici e Monica Demuru Testo su Jack London Attilio Scarpellini Musiche Dalla, Mina, Händel, Battisti, la canzone ‘La domenica’ è di Giovanni Truppi Assistente alla regia Davide Grillo Disegno luci Gianni Staropoli Con la collaborazione di Giulia Pastore Costumi Metella Raboni Costruzione delle scene Atelier du Théâtre de Vidy Direzione tecnica Giulia Pastore Accompagnamento e distribuzione Internazionale Francesca Corona Organizzazione Anna Damiani I sogni, dice il filosofo George Didi-Huberman, ci lasciano soli. Nella solitudine dei nostri sogni gli altri, come attori su un palcoscenico, sono e non sono sé stessi. “Il cielo non è un fondale” parte da un sogno che è a sua volta generato da una canzone. E’ lì, tra il buio e il corpo della musica che inizia il vero, paradossale lavoro del teatro: sognare gli altri assieme a loro, in uno spazio scenico vuoto che si ingrandisce e si restringe, come l’architettura, a un tempo contratta e smisurata, della nostra mente. In scena quattro persone slittano continuamente fino alla soglia di figure intraviste che non potranno mai essere dando vita a un atto drammatico “senza trama e senza finale” (come suggeriva Cechov a un giovane autore) che si avventura alla ricerca di chi sono gli altri in noi e di chi siamo noi negli altri. In una metropoli di tutti e di nessuno, che si porta appresso bagliori di Roma, di Milano, di Londra, appaiono e scompaiono le figure di Alom, il venditore di rose che un tempo era un generale nell’esercito del Bangladesh, di Mohamed il cuoco pakistano, della vera barbona incrociata nel giardino del sogno e che assomiglia a Daria, e poco importa se siano ricordi di autentici incontri o fantasmi rimasti impigliati a una fotografia ingiallita scattata nel 1902 ai proletari dell’East End londinese addormentati in un parco. A dar loro una forma è il corpo delle canzoni presenti nello spettacolo, di una soprattutto, “La domenica” di Giovanni Truppi, che, sciolta nei dialoghi, diventa il simbolo dell’impossibilità di trasformare la vita quotidiana in una mera idealità. Anche perché come dice alla fine la canzone “va a finire sempre che la domenica la gente litiga”.